Non mi serve essere più produttiva. Mi serve essere meno interrotta.

Scrivania tranquilla con laptop, quaderno e tazza, pronta per un momento di lavoro concentrato.

Per molto tempo ho pensato che il problema fosse riuscire a fare di più. Oggi mi sto accorgendo che forse devo soprattutto riuscire a restare dentro a quello che sto facendo.

Ci sono giornate in cui arrivo a sera stanca come se avessi corso per ore.

Eppure, se qualcuno mi chiedesse: “Che cosa hai fatto oggi?” potrei persino avere difficoltà a rispondere.

Perché ho fatto tante cose. Ma soprattutto ne ho iniziate, interrotte e ricominciate tantissime.

Apro il computer per lavorare. Arriva un messaggio. Rispondo. Torno al computer e devo ricordarmi dove ero rimasta.

Inizio a leggere qualcosa. Mi viene in mente una cosa che devo fare. La segno. Riprendo a leggere. Suona il telefono. Finisco la telefonata. Guardo l’ora e mi accorgo che devo uscire.

Poi c’è il lavoro. La casa. Le cose da organizzare. Gli impegni. Le persone che hanno bisogno di una risposta. E adesso, nella mia vita, c’è anche lo studio.

A quarantasei anni ho deciso di tornare all’università. Una scelta che desidero. Ma che non cancella tutto il resto.

Non posso premere un pulsante e diventare soltanto una studentessa. Resto una madre. Resto una donna che lavora. Resto una persona con una casa, delle responsabilità, delle relazioni, degli imprevisti e giornate che non sempre rispettano il programma che avevo immaginato.

Ed è proprio qui che sto capendo una cosa: forse non ho bisogno di imparare a riempire meglio ogni minuto. Ho bisogno di proteggere alcuni minuti dalle continue interruzioni.

Il problema non è sempre quanto tempo hai

Quante volte diciamo: “Non ho tempo”? Io lo dico. E molte volte è vero.

Ma sto iniziando a distinguere due problemi diversi. Uno è avere poco tempo. L’altro è avere un tempo continuamente spezzato.

Perché trenta minuti non sono sempre trenta minuti. Trenta minuti in cui posso concentrarmi su una cosa sono una cosa. Trenta minuti dentro cui entrano tre messaggi, una telefonata, una notifica, una richiesta e quattro pensieri su ciò che devo fare dopo sono completamente diversi.

L’orologio segna lo stesso tempo. La mia testa no.

Ogni interruzione lascia qualcosa dietro di sé

Non è soltanto il minuto che utilizzo per rispondere. È quello che succede quando provo a tornare indietro.

Dove ero rimasta? Che cosa stavo pensando? Qual era la frase che volevo scrivere? Che cosa stavo cercando di capire?

A volte devo rileggere. A volte devo ricostruire un ragionamento. A volte mi accorgo che, dopo l’interruzione, non torno proprio più alla cosa che avevo iniziato.

E alla fine della giornata mi ritrovo con quella sensazione strana: sono stata impegnata tutto il giorno, ma mi sembra di non essere stata davvero presente quasi da nessuna parte.

Questa, per me, è una delle forme più pesanti di stanchezza. Non quella che arriva dopo aver fatto qualcosa di importante. Quella che arriva dopo essermi divisa continuamente.

Essere disponibile non significa essere disponibile ogni secondo

Questa distinzione la sto imparando. Perché per tanto tempo ho associato la disponibilità alla velocità.

Se qualcuno mi scrive, devo rispondere. Se arriva una richiesta, devo occuparmene. Se mi viene in mente qualcosa, devo farla prima di dimenticarla.

Ma non tutto ciò che arriva deve diventare immediatamente la mia priorità.

Un messaggio può aspettare. Una mail può aspettare. Una cosa che mi viene in mente può essere scritta su un foglio e ripresa dopo. Persino alcune richieste possono ricevere una risposta semplicissima: “Ti rispondo più tardi.”

Non significa ignorare gli altri. Significa smettere di abbandonare continuamente me stessa e quello che sto facendo ogni volta che qualcosa bussa alla porta della mia attenzione.

Non voglio trasformare anche la concentrazione in un’altra prestazione

Potrei prendere tutto questo e costruirci sopra un nuovo sistema perfetto. Blocchi di tempo. Timer. Applicazioni. Regole. Routine. Orari precisi.

E magari alcune di queste cose possono aiutarmi. Ma conosco anche il rischio: trasformare persino il tentativo di stare meglio in un altro compito da svolgere perfettamente.

Non voglio diventare bravissima a essere produttiva. Voglio riuscire, quando posso, a fare una cosa mentre sto facendo quella cosa.

Bere il caffè mentre bevo il caffè. Studiare mentre studio. Ascoltare mia figlia mentre mi parla. Scrivere mentre scrivo. Lavorare mentre lavoro. Riposare senza sentire che nel frattempo dovrei recuperare qualcos’altro.

Sembra poco. Per me non lo è affatto.

Ci sono interruzioni che non posso eliminare

La vita reale non è una stanza insonorizzata.

Ci sono telefonate a cui devo rispondere. Imprevisti. Responsabilità. Una figlia che ha bisogno di me. Il lavoro. Una persona cara. Una cosa urgente.

E non voglio raccontare la favola secondo cui basta organizzarsi bene e improvvisamente nessuno avrà più bisogno di noi. Non funziona così. Almeno la mia vita non funziona così.

Ma tra non poter controllare tutte le interruzioni e lasciare che qualsiasi cosa interrompa qualsiasi momento esiste uno spazio enorme.

Ed è quello spazio che voglio imparare a proteggere.

Sto provando a farmi una domanda diversa

Prima la domanda era: “Come faccio a fare tutto?”

Adesso provo a chiedermi: “Che cosa merita di non essere interrotto per i prossimi trenta minuti?”

Non per tre ore. Non per tutta la giornata. Trenta minuti. A volte persino venti.

Se sto studiando, studio. Se sto scrivendo, scrivo. Se sono con mia figlia, provo a esserci davvero. Se sto riposando, quello spazio non deve necessariamente diventare il contenitore di tutte le piccole cose rimaste indietro.

E quando arriva qualcosa posso domandarmi: devo occuparmene proprio adesso?

A volte sì. Molte altre volte, probabilmente, no.

Forse la libertà passa anche da qui

Parliamo spesso di libertà pensando alle grandi decisioni. Cambiare lavoro. Ricominciare. Studiare. Avere maggiore autonomia economica. Dire no. Scegliere una relazione oppure lasciarla.

Ma sto scoprendo che esiste anche una libertà molto più piccola e quotidiana: decidere a cosa dare la mia attenzione.

Non sempre posso scegliere cosa succede nella mia giornata. Posso però provare a scegliere se ogni cosa che succede debba immediatamente entrare nella mia testa.

Posso lasciare una notifica lì. Posso finire una pagina. Posso dire “dopo”. Posso non trasformare ogni richiesta in un’emergenza. Posso proteggere una conversazione. Posso proteggere mezz’ora di studio. Posso proteggere anche dieci minuti in cui non devo produrre niente.

Non voglio arrivare a sera avendo risposto a tutto tranne che alla mia vita

Possiamo diventare bravissime a reagire. Rispondere. Sistemare. Risolvere. Controllare. Organizzare. Essere reperibili. E intanto perdere il filo di ciò che stavamo costruendo.

Io non voglio eliminare tutte le interruzioni dalla mia vita. Sarebbe impossibile. Voglio però smettere di considerarle tutte ugualmente importanti.

Sto imparando che proteggere la mia attenzione non significa diventare egoista, rigida o irraggiungibile. Significa riconoscere che anche ciò che sto facendo prima dell’interruzione aveva valore.

Anche la pagina che stavo studiando. Anche il lavoro che stavo finendo. Anche la conversazione che stavo avendo. Anche il caffè che stavo bevendo. Anche il momento in cui non stavo facendo assolutamente niente.

Per questo oggi non voglio chiedermi come diventare ancora più efficiente.

La domanda che voglio portarmi dietro è un’altra: quante delle cose che interrompono le mie giornate hanno davvero bisogno di me proprio in quel momento?

Forse la risposta può cambiare molto più di qualsiasi nuova tecnica di produttività.

Non mi serve essere più produttiva. Mi serve essere meno interrotta.

E forse, dentro tutto quel rumore in meno, posso finalmente tornare a sentire meglio anche me stessa.

Con amore e fiducia, Vanessa Galperti 💛

Avanti
Avanti

Le opportunità più vere nascono dalla reputazione che costruisci ogni giorno