Parole che ispirano

Il potere che ho scoperto nella mia voce interiore

Le parole che dici a te stessa possono ferirti, ma possono anche diventare il punto da cui ricominciare

La voce che mi ha ferita di più non ha mai avuto bisogno di urlare.

Aveva la mia voce.

Era quella che mi accompagnava nei momenti più difficili, quando mi sentivo fragile, confusa o semplicemente stanca di dover dimostrare di essere abbastanza.

Mi diceva:

“Non ce la farai.”

“Non sei abbastanza.”

“Hai deluso troppe persone.”

“Chi vuoi che ti ascolti davvero?”

E io le credevo.

Credevo a quelle parole perché le sentivo dentro di me. Pensavo che, proprio perché arrivavano dalla mia mente, dovessero per forza dire la verità.

Oggi so che non era così.

Dentro quella voce c’erano le mie paure, i sensi di colpa, i giudizi ricevuti e tutte le volte in cui avevo cercato di diventare ciò che gli altri si aspettavano da me.

C’erano gli errori che non riuscivo a perdonarmi.

C’erano le persone che pensavo di avere deluso.

C’erano tutte le volte in cui mi ero sentita sbagliata, difficile, fuori posto.

Ma quella voce non raccontava tutta la mia storia.

Raccontava soltanto la parte di me che aveva paura.

Per anni ho creduto di non essere abbastanza

Non sono una coach e non sono un’esperta.

Sono una donna che, per molto tempo, ha fatto fatica ad ascoltarsi davvero.

Una donna che ha conosciuto il senso di colpa, la paura di deludere e quella sensazione dolorosa di non essere mai abbastanza: abbastanza brava, abbastanza forte, abbastanza presente, abbastanza giusta.

Mi sono sentita in colpa come figlia.

Come mamma.

Come donna.

Perfino nei confronti di me stessa.

E quando vivi a lungo con questi pensieri, può accadere qualcosa di pericoloso: smetti di considerarli pensieri e inizi a trattarli come verità.

Non dici più:

“Oggi mi sento inadeguata.”

Cominci a dirti:

“Io sono inadeguata.”

Non pensi più:

“Ho commesso un errore.”

Ti convinci:

“Io sono un errore.”

È una differenza enorme.

Una giornata difficile può passare. Un errore può essere compreso, affrontato e, qualche volta, anche riparato.

Ma quando trasformi ciò che stai vivendo in ciò che credi di essere, finisci per costruire una gabbia dentro di te.

Io, per molto tempo, ho vissuto proprio lì.

La domanda che ha cominciato a cambiare qualcosa

Non c’è stato un giorno preciso in cui tutto è improvvisamente diventato più semplice.

La mia rinascita non è avvenuta grazie a una frase perfetta o a una decisione presa una volta per tutte.

È iniziata attraverso piccoli momenti di consapevolezza.

Una domanda.

Una parola diversa.

Una scelta fatta anche quando avevo paura.

A un certo punto mi sono chiesta:

Direi mai a mia figlia le parole che continuo a ripetere a me stessa?

Le direi che non è abbastanza?

Le direi che i suoi errori definiscono il suo valore?

Le direi che, siccome ha deluso qualcuno, non merita più di credere in se stessa?

No.

Non lo farei mai.

Vorrei che mia figlia sapesse che può sbagliare senza essere sbagliata.

Vorrei che imparasse ad assumersi la responsabilità delle proprie scelte senza condannarsi per sempre.

Vorrei che fosse capace di guardarsi con sincerità, ma anche con amore.

Vorrei che si sentisse libera di essere se stessa, continuando a crescere e a diventare ogni giorno più consapevole.

Allora mi sono posta un’altra domanda, ancora più difficile:

Perché tutto l’amore che desideravo insegnare a lei non riuscivo a rivolgerlo anche a me stessa?

Non ho trovato subito una risposta.

Ma quella domanda ha aperto una piccola crepa nella gabbia che avevo costruito.

E da quella crepa ha cominciato a entrare la luce.

Ho iniziato ad accorgermi delle parole che arrivavano fino a me

Le parole che oggi sento mie non sono nate tutte mentre ero seduta davanti a un foglio.

Alcune sono arrivate ascoltando la predica di un sacerdote durante la Messa.

Altre mentre cantavo una canzone e, improvvisamente, una frase sembrava parlare proprio a me.

Altre ancora leggendo un libro e fermandomi su poche righe, perché dentro quelle parole avevo riconosciuto qualcosa che stavo vivendo.

Ma tante sono nate anche nella semplicità delle mie giornate.

Osservando ciò che accadeva intorno a me.

Accorgendomi di un gesto che prima avrei ignorato.

Bevendo un caffè mentre cercavo di mettere ordine nei miei pensieri.

Oppure ponendomi una domanda in modo diverso.

Perché qualche volta non è la risposta a cambiare il modo in cui guardiamo la nostra vita.

È la domanda.

Una domanda nuova può mostrarti una parte di te che, fino a quel momento, non eri ancora riuscita a vedere.

Ho iniziato così: ascoltando, osservando e interrogandomi.

Quando una parola mi faceva fermare, la annotavo.

Quando una frase toccava qualcosa dentro di me, la portavo con me.

La rileggevo nei momenti difficili e provavo a capire perché fosse arrivata proprio in quel momento.

Non cercavo frasi perfette da mostrare agli altri.

Cercavo parole vere che aiutassero prima di tutto me a comprendere ciò che stavo vivendo.

E, lentamente, alcune di quelle parole sono diventate parte di me.

Sono entrate nel mio modo di pensare, nelle mie scelte e nel modo in cui ho cominciato a parlarmi.

Non erano formule magiche e non cancellavano i problemi.

Ma mi ricordavano che potevo guardare la stessa situazione da un punto di vista diverso.

E qualche volta è proprio da lì che comincia il cambiamento.

Ho cominciato a scegliere parole nuove

Non potevo cancellare in un attimo anni di giudizi, paure e sensi di colpa.

Potevo però iniziare a scegliere quali parole continuare ad alimentare.

Potevo smettere di ripetermi:

“Non ce la farò mai”

e cominciare a dirmi:

“Non so ancora come farò, ma posso compiere il prossimo passo.”

Potevo sostituire:

“Non sono abbastanza”

con:

“Non devo essere perfetta per avere valore.”

Potevo trasformare:

“Ho deluso tutti”

in:

“Ho commesso degli errori, ma posso guardarli, comprenderli e scegliere diversamente.”

Le parole nuove non negavano la realtà.

Non rendevano tutto più facile e non cancellavano le mie responsabilità.

Mi aiutavano, però, a non usare la verità come un’arma contro me stessa.

Le parole che ripeti diventano il luogo in cui vivi

Ho capito che le parole non sono soltanto suoni o frasi scritte.

Sono semi.

Ogni volta che ripeti un pensiero, lo nutri.

Se continui a dirti che non sei capace, inizierai a guardare ogni difficoltà come la conferma dei tuoi limiti.

Se ti convinci che tanto andrà male, potresti smettere di provarci ancora prima di cominciare.

Se pensi di non meritare qualcosa di bello, finirai per allontanarlo o per non riconoscerlo quando arriverà.

Ma questo significa anche che puoi cominciare a coltivare qualcosa di diverso.

Non si tratta di mentirti dicendo che va tutto bene quando non è vero.

Non si tratta di ripetere frasi positive fingendo di non provare dolore, paura o rabbia.

Si tratta di scegliere parole che non ti abbandonino proprio nel momento in cui hai più bisogno di te stessa.

Parole capaci di dirti:

“Sì, oggi fa male. Ma io resto qui.”

“Sì, ho paura. Ma posso fare un passo.”

“Sì, ho sbagliato. Ma non sono soltanto il mio errore.”

“Sì, sono caduta. Ma la mia storia non finisce qui.”

È così che sono nate le mie “Parole che ispirano”

Ho iniziato a condividere alcune di queste frasi perché sapevo quanto mi fosse servito incontrare, nel momento giusto, parole capaci di farmi sentire meno sola.

Non le condivido perché penso di avere tutte le risposte.

Non voglio dirti come devi vivere, cosa devi scegliere o quale strada devi seguire.

Voglio semplicemente mettere accanto alla tua esperienza una parte della mia.

Dirti:

“Anch’io ho avuto paura.”

“Anch’io mi sono sentita persa.”

“Anch’io mi sono parlata senza amore.”

“Anch’io sto ancora imparando.”

Le mie parole nascono dal vissuto, dalle cadute, dai pensieri attraversati, dalle domande che ho iniziato a pormi e dalle scelte che provo a compiere ogni giorno.

Alcune ti parleranno.

Altre forse no.

Ed è giusto così.

Non tutte le parole arrivano a tutte le persone nello stesso momento.

Ma qualche volta ne basta una per fermarti, farti respirare e ricordarti qualcosa che avevi dimenticato.

Che sei ancora qui.

Che puoi scegliere.

Che puoi cambiare il modo in cui guardi ciò che stai vivendo.

Che puoi smettere di essere la persona che ti ferisce di più e cominciare, lentamente, a diventare quella che non ti abbandona.

Non voglio insegnarti: voglio camminare con te

Forse anche tu conosci quella voce interiore che sa essere tagliente.

Quella che compare quando commetti un errore, quando qualcosa non va come speravi o quando ti confronti con la vita degli altri.

Forse anche tu ti dici parole che non rivolgeresti mai a una persona che ami.

Io non posso chiederti di spegnere quella voce da un giorno all’altro.

Non sono riuscita a farlo nemmeno io.

Posso però invitarti ad ascoltarla con maggiore consapevolezza.

Quando ti dici:

“Non sono abbastanza”,

fermati e domandati:

Questa è davvero la verità o è una ferita che sta parlando?

Quando pensi:

“Non ce la farò mai”,

prova a chiederti:

Devo davvero sapere già come arrivare fino in fondo, oppure oggi posso limitarmi al prossimo passo?

Quando senti di avere deluso qualcuno, ricordati che assumerti le tue responsabilità non significa toglierti per sempre il diritto di ricominciare.

Io e tu non abbiamo bisogno di altre parole che ci condannino.

Abbiamo bisogno di parole vere.

Parole che non nascondano le difficoltà, ma che ci aiutino ad attraversarle.

Parole che ci ricordino che essere fragili non significa essere deboli.

Parole che ci permettano di guardarci allo specchio senza fingere, ma anche senza distruggerci.

Scegli oggi una parola che non ti abbandoni

Oggi ti invito a fare una cosa molto semplice.

Scegli una parola.

Non quella che descrive la donna che pensi di dover essere.

Scegli una parola che possa accompagnare la donna che sei oggi.

Potrebbe essere:

fiducia, se hai bisogno di ricominciare a credere in te;

coraggio, se stai per compiere una scelta che ti spaventa;

perdono, se continui a condannarti per ciò che non puoi più cambiare;

presenza, se senti di vivere sempre proiettata nel passato o nel futuro;

scelgo, se vuoi ricordarti che, anche quando non puoi controllare tutto, puoi ancora decidere come affrontare il prossimo passo.

La mia parola è proprio questa: scelgo.

Per anni ho vissuto sentendo soprattutto il peso del “devo”. Oggi “scelgo” mi ricorda che non posso controllare tutto ciò che accade, ma posso scegliere come affrontarlo, quale passo compiere e quale donna continuare a diventare.

E adesso lo chiedo a te:

qual è la tua parola?

Scrivila.

Portala con te.

Ripetila nei momenti in cui la vecchia voce tornerà a dirti che non sei abbastanza.

Non perché una parola possa cambiare magicamente la tua vita.

Ma perché una parola può cambiare il modo in cui scegli di stare dentro la tua vita.

Ed è proprio lì che, molte volte, comincia una trasformazione.

La mia voce interiore oggi

Io sto ancora imparando ad ascoltare la mia voce interiore con più amore.

Non sempre ci riesco.

Ci sono giorni in cui tornano i vecchi pensieri, le paure e i sensi di colpa.

La differenza è che oggi provo a non credere immediatamente a tutto ciò che mi dicono.

Mi fermo.

Mi ascolto.

Divento consapevole.

Scelgo.

Agisco.

E, un passo alla volta, cerco parole nuove con cui continuare a scrivere la mia storia.

Se vorrai farlo anche tu, io sarò qui.

Non davanti a te per indicarti la strada.

Ma accanto a te, mentre entrambe impariamo a riconoscere la nostra voce e a usarla non più per ferirci, ma per sostenerci.

Perché la voce interiore che per anni ti ha tenuta ferma può diventare la stessa voce che, un giorno, ti dirà:

“Adesso vai. Questa volta non abbandonarti.”

Con tutto il cuore,
Vanessa 💛

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