Dopo la tempesta, la luce

Fiori che sbocciano tra rocce bagnate dalla pioggia.

Quel giorno il cielo era ancora grigio.

Ricordo di aver pensato che fosse strano.

Dentro di me qualcosa aveva iniziato a cambiare, eppure fuori sembrava tutto identico.

Le stesse strade.

Gli stessi rumori.

Gli stessi problemi.

Eppure non ero più la stessa.

Per la prima volta, dopo tanto tempo, non mi sentivo più in balia della tempesta.

La sala d'attesa in cui ho vissuto per anni

Per anni ho avuto la sensazione di vivere in una sala d'attesa.

Guardavo gli altri andare avanti, fare progetti, costruire pezzi della loro vita. Io, invece, continuavo a rimanere seduta lì, con la convinzione che prima o poi sarebbe arrivato anche il mio turno.

Ogni tanto alzavo lo sguardo, come se qualcuno dovesse aprire una porta e pronunciare il mio nome.

Aspettavo un'occasione.

Una risposta.

Un segnale.

Qualcuno che mi dicesse:

"Adesso tocca a te."

Quel momento, però, non è mai arrivato.

E la verità è che non sarebbe mai potuto arrivare.

Perché nessuno sarebbe venuto a prendermi per mano.

Quando il lavoro smette di assomigliarti

Ho aspettato di sentirmi abbastanza.

Per anni ho cercato di farmi vedere.

Di essere ascoltata.

Di dimostrare il mio valore.

Come se qualcuno, prima o poi, dovesse accorgersi di me e dirmi:

"Adesso è il tuo momento."

Ho aspettato il lavoro giusto.

E questa attesa è iniziata proprio quando ho capito che il lavoro che avevo amato per vent'anni non mi rappresentava più.

Fare l'agente immobiliare mi aveva dato tanto.

Ho conosciuto persone, ascoltato storie, accompagnato famiglie in uno dei momenti più importanti della loro vita.

Per me una casa non era mai solo una casa.

E una persona non era mai una pratica da chiudere.

Poi, lentamente, qualcosa si è incrinato.

Mi rendevo conto che attorno a me si parlava sempre più di numeri.

Di provvigioni.

Di risultati.

Io, invece, continuavo a vedere persone.

Non provvigioni.

E quando inizi a sentirti fuori posto in un luogo che hai amato, succede una cosa strana.

Non lo lasci subito.

Resti.

Aspetti.

Ti convinci che forse cambierà.

Che tornerai a sentirti come prima.

Ma quel momento non arriva.

Così sono rimasta lì.

Convinta che, prima o poi, qualcosa sarebbe cambiato.

Prima di prendermi cura degli altri, dovevo ritrovare me stessa

Ho aspettato anche il momento giusto per tornare a scrivere sul blog, perché dentro di me quel desiderio non se n'era mai andato.

Era rimasto lì, in silenzio.

Ma la vita, anche quando sembra concederti un po' di respiro, trova sempre il modo di metterti davanti a nuovi inciampi.

E ho capito una cosa importante.

Prima di poter donare qualcosa agli altri, dovevo rimettere insieme me stessa.

Perché quando hai le ossa rotte dentro e i pensieri fanno più rumore del silenzio, fai fatica perfino a riconoscerti.

Figuriamoci ad essere un punto di riferimento per qualcun altro.

In quegli anni ho perso molta fiducia in me stessa.

Continuavano a rimbombarmi nella testa parole che non erano mie, ma dettate da altre persone.

"Non sei abbastanza."

"Non sei all'altezza."

Per tanto tempo ho lasciato che quelle voci parlassero al posto mio.

Il posto in cui ho ricominciato a credere in me

Poi, dopo essermi stancata di rimanere rinchiusa come un riccio, è arrivato il lavoro nel bar di una RSA.

Sulla carta è un lavoro.

Nel mio cuore è molto di più.

Lo definisco spesso un volontariato pagato.

Perché quello che ricevo ogni giorno dai nonni va ben oltre uno stipendio.

Mi regalano sorrisi sinceri.

Storie.

Abbracci.

Silenzi che valgono più di tante parole.

La luce non è arrivata tutta insieme.

È entrata piano.

Quasi chiedendo il permesso.

In un sorriso.

In una stretta di mano.

In un "Come stai oggi?" detto con sincerità.

In un grazie che valeva più di qualsiasi complimento.

Senza saperlo, sono stati proprio loro a rimettere insieme i pezzi della mia fiducia.

Un caffè alla volta.

Una chiacchierata alla volta.

Un sorriso alla volta.

Se non ora, quando?

Fino al giorno in cui mi sono fatta una domanda che continuava a tornarmi in mente.

Se non ora, quando?

Quella domanda non ha cambiato il mondo.

Ha cambiato me.

Mi sono iscritta all'università.

Non perché la paura fosse scomparsa.

Ma perché avevo finalmente capito che non sarebbe mai stata lei a decidere la mia vita.

E mentre aspettavo...

la vita continuava a camminare.

Ti è mai capitato di sentirti in una sala d'attesa, aspettando che qualcuno o qualcosa ti dicesse che era arrivato il tuo momento?

Se ti va, raccontamelo nei commenti.

Vanessa Galperti 💛

Questa luce non è arrivata tutta insieme. È nata da scelte difficili e da piccoli gesti ripetuti ogni giorno.

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