Mi sono fidata. Ma avrei dovuto anche capire
Quando affidare i propri soldi a qualcuno non significa smettere di fare domande
Qualche tempo fa mi sono ritrovata davanti a una situazione che mi ha fatto riflettere molto.
Riguardava una scelta economica che avevo fatto anni prima.
Non voglio entrare nelle cifre, nella durata o nel prodotto specifico, perché non è questo il punto.
Il punto è quello che ho provato quando, dopo tanto tempo, mi sono fermata a guardare davvero quella scelta.
E mi sono fatta una domanda:
io avevo realmente capito quello che stavo facendo?
No.
Mi ero affidata.
Avevo davanti una persona che faceva quel lavoro, che conosceva quel mondo molto meglio di me e alla quale avevo deciso di dare fiducia.
Una cosa normalissima.
Lo facciamo continuamente.
Andiamo dal medico perché conosce la medicina più di noi.
Dal commercialista perché conosce regole e scadenze che noi probabilmente non conosciamo.
Da un tecnico quando qualcosa si rompe.
E quando si tratta di soldi facciamo spesso la stessa cosa.
Ci affidiamo a chi pensiamo ne sappia di più.
Non c'è niente di sbagliato.
Anzi.
Oggi però ho capito che esiste una differenza enorme tra affidarsi a qualcuno e consegnargli completamente la nostra comprensione.
Ed è proprio lì che, secondo me, comincia il discorso sull'educazione finanziaria.
“Mi fido di te”
Quante volte lo abbiamo detto?
Magari non con queste parole.
A volte basta una firma.
“Se me lo consigli tu…”
“Se dici che va bene…”
“Se lo fanno tutti…”
“Se è una cosa sicura…”
E continuiamo la nostra vita.
Lavoriamo.
Paghiamo le bollette.
Cresciamo i figli.
Affrontiamo imprevisti.
Pensiamo a mille cose.
E quel contratto, quel piano, quella scelta fatta anni prima rimane lì.
Siamo convinti di aver sistemato una cosa importante.
Ho messo qualcosa da parte.
Ho pensato al futuro.
Ho fatto la cosa giusta.
Poi può arrivare un giorno in cui riprendiamo in mano quei documenti.
E quello che pensavamo di sapere non coincide necessariamente con quello che scopriamo.
Non significa automaticamente che qualcuno ci abbia ingannato.
Può significare semplicemente che non avevamo capito abbastanza.
Ed è molto diverso.
Non voglio trovare un colpevole
Questa è una cosa a cui tengo particolarmente.
Non sto scrivendo queste parole per dire che assicuratori, banche, consulenti o professionisti siano il problema.
Sarebbe una generalizzazione ingiusta.
Ci sono professionisti seri e professionisti meno seri, esattamente come in qualsiasi altro settore.
E ci sono prodotti adatti a determinate persone e prodotti che possono non esserlo per altre.
Io non ho le competenze per giudicare un intero settore e non è quello che voglio fare.
La mia domanda riguarda me.
Quanto avevo capito io?
Ed è una domanda che oggi considero molto più utile di:
Di chi è la colpa?
Perché cercare un colpevole può spiegarmi il passato.
Imparare qualcosa da ciò che è successo può cambiare le mie scelte future.
Il problema è che spesso non sappiamo cosa non sappiamo
Questa, forse, è stata la parte più importante della mia riflessione.
Oggi potrei dire: “Avrei dovuto fare più domande.”
Certo.
Ma quali?
Se non conosci una materia, spesso non sai nemmeno quali domande dovresti fare.
Ed è questo che rende l'educazione finanziaria così importante.
Non serve soltanto a conoscere le risposte.
Serve prima di tutto a sapere che esistono delle domande.
Quali costi sto pagando?
Che cosa sto acquistando esattamente?
Che cosa è garantito e che cosa non lo è?
Ci sono rischi?
Posso interrompere?
Che cosa succede se lo faccio?
Qual è l'orizzonte temporale?
Dove finiscono concretamente i soldi che verso?
Che cosa posso aspettarmi e che cosa, invece, non mi è stato promesso?
Sono domande che oggi possono sembrarmi quasi ovvie.
Anni fa non lo erano affatto.
C'è anche un'altra cosa che facciamo: abbiamo paura di sembrare ignoranti
Qualcuno ci spiega qualcosa.
Usa parole che conosce perfettamente perché fanno parte del suo lavoro.
Noi ne comprendiamo la metà.
Eppure annuiamo.
Perché?
A volte perché ci sembra brutto interrompere.
Altre volte perché pensiamo: Dovrei averlo capito.
Oppure: Probabilmente sono io che non conosco queste cose.
E magari firmiamo.
Questa cosa oggi voglio ribaltarla completamente.
Se qualcuno mi sta proponendo qualcosa che riguarda i miei soldi, ho il diritto di non capire.
E ho il diritto di chiedere:
“Me lo spieghi di nuovo?”
“Puoi dirmelo con parole più semplici?”
“Fammi un esempio.”
“Questa parte che cosa significa concretamente per me?”
Non è ignoranza.
È responsabilità.
E se dopo la seconda spiegazione ancora non ho capito, posso chiedere una terza volta.
Non devo dimostrare niente a nessuno.
I soldi non sono soltanto numeri
C'è poi un aspetto di cui, secondo me, parliamo troppo poco.
Dietro ai soldi ci sono pezzi della nostra vita.
C'è il tempo che abbiamo passato lavorando.
Ci sono mattine in cui avremmo preferito rimanere a letto.
Ci sono ore lontane dalle persone che amiamo.
Ci sono rinunce.
Ci sono scelte.
Ci sono progetti.
Ci sono magari piccoli importi messi da parte mese dopo mese pensando: questo servirà più avanti.
Per questo oggi faccio fatica a pensare ai soldi soltanto come numeri su un conto.
Quando scelgo cosa fare dei miei soldi, in qualche modo sto scegliendo cosa fare anche di una parte del mio tempo passato e del mio futuro.
E allora meritano qualche domanda in più.
Non dobbiamo diventare tutti investitori
Quando si parla di educazione finanziaria, però, c'è un rischio.
Quello di trasformare tutto in un'altra cosa complicata da imparare.
Grafici. Mercati. Azioni. Obbligazioni. Inflazione. Tassi. Rendimenti.
Parole che possono far pensare: Non fa per me.
Ma io non credo che dobbiamo diventare tutti esperti.
Io, almeno, non voglio diventarlo per forza.
Voglio però essere abbastanza consapevole da non dover dire: “Non ne so niente, fate voi.”
Tra sapere tutto e non sapere nulla esiste uno spazio enorme.
Ed è proprio lì che possiamo iniziare.
Capire un contratto prima di firmarlo.
Confrontare due possibilità.
Sapere quanto stiamo pagando.
Conoscere la differenza tra ciò che è garantito e ciò che è soltanto possibile.
Chiedere un documento.
Prenderci un giorno prima di decidere.
Farci spiegare una frase che non comprendiamo.
Anche questa è educazione finanziaria.
Quando la persona di cui ti fidavi non c'è più
C'è una parte della mia esperienza che, più di altre, mi ha fatto capire quanto sia importante conoscere almeno le basi di ciò che sottoscriviamo.
Anni dopo quella scelta, non mi sono ritrovata davanti alla stessa persona con cui avevo parlato all'inizio.
Mi sono ritrovata davanti a un'altra persona.
Una persona che non conoscevo.
Che non aveva stipulato con me quella polizza.
Che non aveva vissuto quella conversazione iniziale.
Che non conosceva le motivazioni con cui ero arrivata a quella scelta.
E in quel momento ho capito una cosa molto semplice.
La fiducia che avevo costruito con una persona non poteva sostituire per sempre la mia comprensione del contratto.
Perché le persone cambiano.
I referenti cambiano.
Le aziende riorganizzano.
Qualcuno va via.
Qualcun altro prende il suo posto.
E dopo anni possiamo ritrovarci davanti a qualcuno che ha in mano i nostri documenti, ma non la nostra storia.
Non voglio dire che quella persona avrebbe dovuto sapere tutto di me.
Non era quello il problema.
Il problema era che, a quel punto, avrei dovuto saperne abbastanza io.
Avrei dovuto poter dire: “Questo è ciò che avevo sottoscritto. Questo era l'obiettivo. Queste erano le condizioni che avevo compreso. Queste sono le domande a cui oggi voglio una risposta.”
E invece mi sono resa conto di quanto avessi delegato anche quella parte.
È stato forse il momento in cui ho capito davvero la differenza tra fiducia e consapevolezza.
La fiducia può essere legata a una persona. La consapevolezza deve restare con noi.
Il professionista rimane importante
Più imparo queste cose, meno penso che la soluzione sia fare tutto da soli.
Anzi.
Un buon professionista può essere prezioso.
Può vedere qualcosa che noi non vediamo.
Può conoscere strumenti che ignoriamo.
Può aiutarci a evitare errori.
Può accompagnarci nelle decisioni.
Ma vorrei che il rapporto cambiasse.
Non più: “Tu sai, io non so, quindi decidi tu.”
Piuttosto: “Tu hai le competenze. Aiutami a capire abbastanza da poter decidere insieme.”
Per me questa è una differenza enorme.
Perché la fiducia rimane.
Ma accanto alla fiducia compare la consapevolezza.
Anche non scegliere è una scelta
Dopo un'esperienza che ci delude, potremmo pensare: “Basta. Non mi fido più di nessuno.”
Lo capisco.
Ma non credo che la paura sia la risposta che voglio portarmi dietro.
Passare dalla fiducia cieca alla diffidenza totale non significa necessariamente essere diventati più consapevoli.
Significa soltanto essere passati da un estremo all'altro.
Io voglio qualcosa di diverso.
Voglio capire.
Voglio poter ascoltare un professionista senza consegnargli completamente la mia decisione.
Voglio essere capace di dire sì. Ma anche no.
E soprattutto voglio sapere perché sto dicendo sì oppure no.
La libertà economica, forse, comincia molto prima dei soldi
Per tanto tempo abbiamo associato la libertà economica all'avere tanto.
Più guadagni. Più risparmi. Più possibilità.
Naturalmente il denaro conta.
Ma oggi penso che ci sia qualcosa che viene ancora prima.
La possibilità di comprendere.
Perché posso anche avere dei soldi.
Ma se non so cosa ne sto facendo, se non capisco ciò che firmo, se dipendo completamente da qualcun altro per ogni decisione, quanto sono realmente libera?
Per me la libertà di scelta significa anche questo.
Avere gli strumenti necessari per partecipare alle decisioni che riguardano la mia vita.
Anche quando non sono un'esperta.
Anche quando ho bisogno di qualcuno che mi aiuti.
Anche quando la materia mi sembra difficile.
Oggi farei una cosa diversa
Non tornerei indietro pensando: “Non avrei dovuto fidarmi.”
Non è questa la lezione.
Mi fiderei ancora.
Ma farei più domande.
Chiederei di spiegarmi ciò che non capisco.
Mi prenderei del tempo.
Terrei i documenti.
Ogni tanto controllerei.
E soprattutto non mi vergognerei più di pronunciare quattro parole semplicissime:
“Non ho capito. Spiegamelo.”
Forse è proprio questa la cosa che avrei voluto sapere anni fa.
Non devo conoscere tutto prima di sedermi davanti a un professionista.
Non devo essere più preparata di lui.
È esattamente per questo che mi sto rivolgendo a qualcuno che ne sa più di me.
Ma quando mi alzo da quella sedia devo avere capito almeno una cosa:
che cosa ho deciso di fare con i miei soldi.
Questa esperienza non mi ha insegnato a diffidare.
Mi ha insegnato a partecipare.
A fare domande.
A non consegnare ad altri anche quella parte di responsabilità che appartiene a me.
E forse è proprio qui che comincia l'educazione finanziaria.
Non quando impariamo a prevedere i mercati.
Non quando conosciamo tutte le parole tecniche.
Ma quando smettiamo di avere paura di dire:
“Prima di decidere, voglio capire.”
Perché fidarsi è importante.
Ma capire ci rende liberi.
Non più il momento giusto.
Scelgo e costruisco la mia libertà.
Vanessa Galperti
